Quella cosa che chiamiamo violenza è ovunque. È nelle periferie delle nostre città come nei quartieri bene. È nelle periferie del mondo come alle porte dell’Europa. È nelle famiglie e nelle coppie come nel profondo di ciascuno di noi.
Che si presenti come disagio sociale, come guerra tra superpotenze, come impossibilità individuale di governare l’incandescenza della pulsione, la violenza ha mille maschere e il nostro tempo sembra destinato a vedere il ritorno di quelle mille maschere dietro alle quali c’è un unico volto, quello della volontà di sopraffazione, della tentazione di depredare e di uccidere.
Abbiamo alle spalle una lunga stagione di pace e prosperità. L’abbiamo vista sgretolarsi dapprima lentamente, impercettibilmente, poi sempre più precipitosamente. Siamo sconcertati, perché da tempo avevamo dimenticato il volto della violenza e avevamo messo in soffitta i simboli e i concetti che ci consentivano di fissarlo senza restarne abbagliati.
Credevamo di aver congedato una volta per tutte la necessità di tramutare la spinta primordiale della violenza in forza e in forma.
È tempo di ricominciare. È tempo di rimettere mano a quel lavoro, che è semplicemente il lavoro della ragione e della cultura. È per questo che un grande festival di cultura non poteva non mettere al centro del suo cantiere il tema della violenza, invitando al confronto le discipline più diverse: dalla psicoanalisi alla filosofia, dalla letteratura alla politica, dalla storia all’antropologia. Perché se tutte le strade del contemporaneo sembrano portare alla distruzione, è urgente ricominciare a percorrere quelle strade in senso inverso, riportando la violenza verso la misura, la ragione, la mediazione, la negoziazione. Paradossalmente, non si tratta tanto di mettere fine alla violenza, quanto di fare qualcosa della violenza, di ricominciare a maneggiare la sua sostanza inevitabile e ustionante.
Massimo Recalcati
Federico Leoni