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“In emergenza non c’è tempo per decisioni pacate, bisogna scegliere subito. La realtà spesso obbliga a un pensiero e quindi ad azioni che non sono quelle che vorremmo che fossero, se solo avessimo tempo. Lo abbiamo visto tutti negli scorsi mesi e abbiamo visto come le scelte etiche di professionisti sociali, educativi e sanitari abbiano salvato vite, mettendo la devozione, ossia la massima attenzione per l’altro, davanti alle procedure e alla burocrazia”.

A parlare è Luigina Mortari, direttrice del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Verona, da anni impegnata tra filosofia della cura, politiche formative e formazione dei professionisti sociali, educativi e sanitari. Per lei la strada per il cambiamento e la ricostruzione passa da qui, dalla cura di sé, degli altri, della società e dell’ambiente. Mortari forma quotidianamente insegnanti, medici, educatori, infermieri e operatori della cura, lavorando in tempi di tranquillità per porre le basi di un pensiero lucido anche nei periodi di emergenza.

“Il tempo presente ha reso evidente come la cura sia essenziale, ma bisogna vedere se resterà un’attenzione costante nel futuro o no. Il limite delle comunità umane è tendere a dimenticare quello che è accaduto, per poter andare avanti, non per forza in meglio. C’è il rischio che la pandemia non insegni nulla e si faccia un grave errore di interpretazione sul tema della povertà: non è ciò che è accaduto ad aver generato situazioni di povertà economica, sociale o educativa. In realtà la povertà c’era già, quello che è successo ha solo portato in evidenza le azioni scorrette, sbagliate e ingiuste compiute negli anni: se le famiglie si trovano in difficoltà è perché vivevano già in condizioni di disuguaglianza da tempo”.

Che riflessioni ha fatto in questi mesi di pandemia alla luce della sua esperienza nell’ambito della cura?

Ciò che è accaduto non va guardato come un caso eccezionale che si spera non capiti più, ma come occasione per riflettere su quali siano situazioni su cui investire, come la sanità, specie in Lombardia, dove sono nata e lavorando in Veneto conosco entrambi i sistemi e ho avuto modo di osservare entrambi. L’importante è distinguere tra l’eccellenza clinica della sanità regionale e il suo impoverimento a livello organizzativo, che è stato portato avanti nel tempo. La sanità è luogo della terapia, dove perseguire quello che è buono per la vita e quindi deve seguire dei principi etici, non economici, che invece hanno prevalso. Se avessimo seguito la prima strada non avremmo smantellato qualcosa che era fondamentale per tutti.

Cosa si può fare adesso?

Perché gli operatori possano essere in condizione di fare una buona cura, ci deve essere una politica che agisca indirizzando i fondi dove c’è davvero necessità. Politica significa cura della comunità e fare che ogni decisione renda la vita migliore possibile, non trasformare un ospedale in un’azienda. Sottrarsi a un atto puramente economico è quello che hanno fatto molti operatori della sanità in questo periodo, scegliendo autonomamente di mantenere le comunicazioni con i parenti ad esempio, nonostante non ci fosse alcun protocollo ed è a loro che dobbiamo guardare per ripensare una buona politica.

In questo senso negli ultimi mesi ci sono stati tanti esempi.

Giorni fa parlavo con un’infermiera che faceva 12 ore al giorno in ospedale pur avendo un problema grosso a casa e le ho chiesto cosa le facesse sostenere quella fatica: “Quando ti trovi davanti a delle cose che vanno fatte le fai, non stai a fare ricami, ne va del bene dell’altro”. Questa è stata la sua risposta, che sarebbe importante riuscire a portar con noi dopo quello che è accaduto. Per la filosofa Marina Zambrano questo significa avere un “pensiero innamorato delle cose della realtà”.

Cosa intende Zambrano con questa espressione?

Parliamo di dedizione e di preoccupazione per il benessere delle persone. I greci antichi definivano tutto questo come agàpe, l’amore spirituale. La cura dell’altro non è altruismo, ma aver cura anche della fragilità che sento dentro di me e che ho anche io, cura di come penso, di cosa sento. Essere educati alla cura di sé e degli altri si riflette anche nella vita pubblica: la politica non è gestione amministrativa, ma è trovare una visione dell’esistenza che ci aiuti a star bene con gli altri.

Lei definisce la cura come qualcosa di tanto potente da essere alla base della condizione umana.

Assolutamente. Non siamo sovrani della nostra esistenza, siamo già fragili e vulnerabili, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi, siamo sempre condizionati dagli altri, dalle loro scelte e gli altri dalle nostre, da ciò che accade e dalla natura. È questa interconnessione, unita alla condizione di debolezza del nostro essere, a rendere la cura così importante ed essenziale per noi, a partire dalla cura di sé, che sembra meno etica poiché associata a edonismo e narcisismo. Questo dovrebbe caratterizzare anche la scuola, che non dovrebbe essere un luogo di competizione e di affermazione di sé per i ragazzi, ma uno spazio dove ognuno coltiva sé stesso nel pensiero e nel sentire per stare bene con gli altri. Questo sarebbe l’essenziale, invece in questi mesi abbiamo visto come la scuola sia stata letta dalle istituzioni solo in termini di istruzione, che conta molto, ma c’è anche altro.

Cioè?

Molti insegnanti hanno fatto un lavoro di attenzione e cura dei ragazzi e delle famiglie che andava oltre il programma: uno di loro mi ha detto che valeva la pena fare didattica online nonostante i bambini non riuscissero a prestare attenzione a distanza. Non era tanto cosa si insegnava, ma l’esserci comunque, per restare in relazione con i piccoli e non far sentire le famiglie abbandonate a loro stesse. Questa è la scuola che forma e che è cura dell’anima, fatta dalla sapienza di chi agisce nel concreto. Se vogliamo riorganizzare il futuro della cura, che sia istruzione o sanità, dovremmo farlo alla luce della testimonianza di queste persone.

Negli anni ha scritto di cura di sé, degli altri, della società, ma si è anche occupata di ecologia...

La cura dell’umano e della natura sono interdipendenti: la pandemia, ma anche la questione climatica sono esempi che non possiamo ignorare. Noi siamo natura e siamo parte di essa. Dall’età moderna però è emerso un paradigma che ha separato gli ambiti di vita per organizzare i processi di conoscenza e azione in modo più efficiente. Se dividi qualcosa che nella realtà sta unito però vai contro l’ordine naturale delle cose, la conoscenza sarà parziale e l’agire sarà sempre controproducente.

L’esatto contrario di una cura dell’altro in ogni forma vivente…

Penso all’esempio che portò l’attivista Vandana Shiva: una foresta ricchissima in India consentiva di fornire tutto quanto necessario per sostenere la vita di persone, animali e piante, ma con l’introduzione dell’eucalipto da parte di alcune multinazionali, per rispondere alle richieste di mercato in un’ottica di arricchimento, abbiamo assistito a un impoverimento dell’ambiente, alla distruzione della biodiversità e alla messa a rischio della sopravvivenza delle persone. L’atteggiamento che scinde non risulterà mai in un’azione buona e qui l’insegnamento dei greci torna ancora a mostrarci la direzione, che è olistica, ossia che comprende tutto: aver cura di noi, degli altri e dell’ambiente.

Articolo apparso su: L'Eco di Bergamo