Come sarebbe se una città si spegnesse completamente, se tutti i suoni fossero cancellati, gli odori nascosti e i sapori dimenticati?

Questo è quello che è successo a Bergamo a marzo 2020, una città viva e pulsante si è soenta e al posto delle voci delle persone sono comparse solo le sirene. Luigi Frigerio racconta di una città, della sua città, sconvolta e in balia di qualcosa che in principio non fu in grado di gestire.

Il 10 marzo 2020 a Bergamo viene costruito un ospedale da campo che presto viene affollato da malati e da gente che necessitava di cure. Cure che i medici si trovavano a dover dare loro compiendo scelte difficili, forse le più difficili delle loro vite.

Nel periodo fra marzo e giugno in quell’ospedale da campo a Bergamo partorirono più di cinquecento donne, mentre moltissimi medici morivano e altrettanti venivano intubati, Frigerio è purtroppo uno di quest’ultimi. Nelle mani dei suoi colleghi e amici si è visto costretto a togliere il camice da medico per vestire quelli del paziente.

Il dottor Frigerio varcava un confine: si trovava ora dall’altra parte della trincea. "Quando si ha un piede nella fossa", la cosa più importante è guardarsi intorno e aggrapparsi saldamente a ciò che abbiamo di più caro: amici, colleghi, famiglia. Luigi Frigerio non è rimasto nell’ombra della solitudine, ma è stato sempre circondato dai suoi cari.

Il giorno del suo compleanno, racconta, riesce a distinguere fuori dal casco nel quale era intubato un’orchestra di medici al lavoro. Stavano imparando a curare sul campo, stavano dando alle persone una speranza, le stavano aiutando a fuggire da un destino spaventoso: le stavano strappando dalla morte.

Dopo trentasei giorni di ricovero il dottor Frigerio esce dall’ospedale su una sedia a rotelle, con la voglia e la tenacia di rimettersi in piedi per rivestire i panni da medico, per tornare dietro le fila a sostenere la barricata contro un nemico invisibile.

Viviamo in un periodo in cui la parola all’ordine del giorno è “distanziamento” e questa parola crea tensione e paura, una paura che fa cambiare le abitudini, fa cambiare le regole del gioco. Il Covid è sicuramente un trauma, una ferita che non si può nascondere e che si può curare solamente credendo fermamente che la cura ce l’abbiamo stretta fra le mani e ognuno di noi può fare qualcosa.

Uomini come Luigi Frigerio ci ricordano che il ritorno alla vita richiede una nuova saggezza ed una nuova consapevolezza di ciò che abbiamo intorno, e dobbiamo pensare a come ripartire perché non farlo sarebbe come scatenare malattie addirittura peggiori di quella che stiamo affrontando quest’oggi.

C’è bisogno di medici dell’anima, oltre ai medici del corpo, che sappiano curare il dolore della solitudine e della paura e per farci compiere un'“apocaradochia”, parola utilizzata da Paolo Di Tarso in un suo testo per indicare il voltare la testa verso l’altro alla ricerca della luce, la luce della speranza.

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