Nell’assenza si può ritrovare l’essenziale, nell’assenza di qualcosa si può rivalutare l’importanza della cosa stessa, nell’assenza della libertà si può ritrovare il legame con il nostro limite. Le parole di Elena Seishin Viviani, guida spirituale dell’“Enku Dōjō” di Torino, fanno riferimento al vuoto che ci portiamo dentro da ormai qualche tempo, all’inconsapevolezza che l’uomo ha nel tastare il terreno: non sappiamo dove piantare i piedi. Nel Sutra del Loto è contenuta una parabola che parla di un padre di famiglia che vede la sua casa bruciare con dentro i figli, figli troppo immaturi e sconsiderati anche solo per accorgersi di quello che sta succedendo attorno ad essi, figli che non ascoltano le parole del padre che chiede loro di fuggire la morte, figli che decidono di andarsene e lasciare le loro abitudini, quelle del gioco e del vizio, solo quando viene proposta loro “un’alternativa migliore”, ma chiediamoci: quale alternativa migliore alla vita potrebbe esistere? La Viviani ci ha permesso di riflettere proprio sulla metaforica cecità dell’uomo e sulla sua inconsapevolezza di ciò che gli sta attorno. Finché qualcosa non ci tocca profondamente nel vivo noi non ci muoviamo, restiamo inermi ad aspettare mentre dovremmo aumentare la vigilanza verso il mondo ed arrivare ad una situazione di intesa verso il resto delle cose. Tendiamo ad avere una visione antropocentrica rispetto al mondo quando forse l’uomo dovrebbe essere eccentrico, ovvero traslato rispetto al centro, dovremmo cercare di capire che la cura indirizzata verso gli altri si riflette su di noi come uno specchio e dovremmo cercare di ristabilire legami autentici con tutte le cose che esistono. Parlare di trauma, dice la Viviani, è come instillare in qualche modo una fragilità, la pandemia ci ha fatto perdere la memoria ed il collegamento col nostro passato: abbiamo famiglie che hanno vissuto ben altre cose, bisogna ricordarci di essere uomini del presente che camminano sui resti delle azioni degli uomini del passato. Gli uomini di oggi, continua l’erede di Massimo Strumia, forse mancano di vitalità perché vivono nella tranquillità, non per questo devono anche mancare di coraggio. Abbiamo constatato nel corso della storia come spazio e tempo non sono influenzati da categorie ed esigenze soggettive e che lavorando come un unico corpo possiamo sopraffare le situazioni più avverse. Questo dovrebbe risultare relativamente semplice ad un uomo la cui più grande paura è quella di rimanere chiuso in una stanza con i suoi pensieri, eppure non sempre siamo capaci di stabilire solidi legami fra di noi, l’uomo cerca di divergere rifugiandosi nell’altro, scansando l’idea della caducità delle cose e negando il proprio limite, dovremmo essere capaci, conclude la Viviani, di compiere un’ascesi: ovvero di voltare la nostra vita verso un fine che vada contro le abitudini quotidiane per ottenere benefici e per curarci, e il modo migliore per cominciare ad avere cura è sicuramente essere capaci della più profonda gratitudine verso le cose.

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